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QUALCOSA DI OSCURO CHE FA LUMINOSA LA VITA. PIER PAOLO PASOLINI

Solo l’amare, solo il conoscereconta, non l’aver amato,non l’aver conosciutoQuello di Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 – Lido di Ostia, 2 novembre 1975), in Il pianto della scavatrice, è un invito a non girare su se stessi, a cambiare idea, per non perdere l’abitudine a esercitare la propria di intelligenza. Per farlo, è necessario conoscere il buio.

Bisogna infatti percorrere una strada non facile, secondo il poeta, esercitarsi, leggere e rileggere.
Entrare nel terreno oscuro che è dentro noi stessi. Infatti: Alle volte è dentro di noi qualcosa / (che tu sai bene, perché è la poesia) / qualcosa di oscuro che fa luminosa / la vita. Quindi interrogare quell’oscurità, il buio. E infatti ammantate di buio, un buio spezzato da lampi di luce, sono le poesie contenute in Poesia in forma di rosa (Garzanti), uscita nel giugno 1964, quasi un’autobiografia in versi. Ne abbiamo scelta una, per voi.

La Guinea

Alle volte è dentro di noi qualcosa
(che tu sai bene, perché è la poesia)
qualcosa di oscuro che fa luminosa

la vita: un pianto interno, una nostalgia
gonfia di asciutte, pure lacrime.
Camminando per questa poverissima via

di Casarola, destinata al buio, agli acri
crepuscoli dei cristiani inverni,
ecco farsi, in quel pianto, sacri

i più comuni, i più inutili, i più inermi
aspetti della vita: quattro case
di pietra di montagna, con gli interni

neri di sterile miseria — una frase
sola sospesa nella triste aria,
secco odore di stalla, sulla base

del gelo mai estinto – e, onoraria,
timida, l’estate: l’estate, con i corpi
sublimi dei castagni, qui fitti, là rari,

disposti sulle chine – come storpi
o giganti – dalla sola Bellezza.
Ah bosco, deterso dentro, sotto i forti

profili del fogliame, che si spezzano,
riprendono il motivo d’una pittura rustica
ma raffinata – il Gerutti? il Collezza?

Non Correggio, forse: ma di certo il gusto
del dolce e del grande manierismo
che tocca col suo capriccio dolcemente robusto

le radici della vita vivente: ed è realismo…
Sotto i caldi castagni, poi, nel vuoto
che vi si scava in mezzo, come un crisma,

odora una pioggia cotta al sole, poco:
un ricordo della disorientata infanzia.
E, lì in fondo, il muricciolo remoto

del cimitero. So che per te speranza
è non volerne, speranza: avere solo
questa cuccia per le mille sere che avanzano

allontanando quella sera, che a loro,
per fortuna, così dolcemente somiglia.
Una cuccia nel tuo Appennino d’oro.
(…)