Dizionario #24

Franco Cardini // INFODEMIA

L’età postmoderna ha velocizzato e intensificato in modo esponenziale ogni tipo di comunicazione. Ciò ha comportato un’autentica rivoluzione nei rapporti sociali e nei modi nei quali essi vengono ordinariamente concepiti: tale rivoluzione si è espressa anzitutto e soprattutto ai livelli informatico-telematici. 

Dove esiste contatto, esiste il pericolo di contagio. I due termini sono praticamente sinonimi, anzi tautologici: indicano la stessa cosa. Ma tra etimologia e semantica come sappiamo, v’è sovente un abisso. Il contagio è termine esprimente il concetto di affezione che transita da un individuo all’altro sulla base del contatto fisico, mediato o immediato che sia. 

Sul piano dei concetti e delle idee avviene la stessa cosa. L’informazione è una delle massime ricchezze di cui disponiamo, ieri come oggi. Diceva bene Dario Fo: “Il padrone è padrone perché conosce diecimila parole, mentre l’operaio ne conosce solo mille”. Informarsi significa imparare a conoscere meglio al realtà nel suo intimo, saperne conoscere meccanismi e strutture e quindi prevederne lo sviluppo. Anche sul piano negativo: una realtà negativa, ove se ne conosca in anticipo lo sviluppo, diviene più facilmente neutralizzabile o attutibile. Come dice Dante, “saetta previsa vien più lenta”. 

Le informazioni, però, hanno due difetti. Primo, per essere adeguatamente e vantaggiosamente gestite hanno bisogno di una verifica che diviene tanto più complessa quanto più la notizia che ne costituisce l’oggetto è importante; e le  notizie, quanto più sono o appaiono importanti, tanto più si diffondono accompagnate da una problematica che le rende complesse; per cui il tempo di arrivo di una notizia e quello d’una sua certa e proficua fruizione attraverso adeguata verifica sono inversamente proporzionali. Secondo, le informazioni dispongono di una massa volumetrica concettuale che, come qualunque altra massa volumetrica, tende a saturarsi più o meno rapidamente: unico antidoto metodologico a ciò sarebbe un’adeguata gerarchizzazione e selezione delle notizie che dipende da due fattori, vale a dire la competenza del soggetto chiamato a selezionarle e la loro obiettiva complessità. 

Quando una notizia complessa s’incontra (o, come più opportuno sarebbe dire, si scontra) con un destinatario incompetente a valutarla, la deflagrazione delle conseguenze negative di ciò può essere dirompente. 

Conseguenza di ciò è che, come il rumore violento dell’acqua che precipita da una cascata finisce per produrre un effetto simile al silenzio, l’accesso della quantità delle notizia che si riversano su un qualunque soggetto finisce con l’annullare la loro qualità impedendone l’analisi selettiva e  producendo ignoranza, incompetenza, incapacità di giudizio. 

L’infodemia è l’incontenibile e incontrollabile abbondanza qualitativa e quantitativa delle notizie: il primo aspetto di ciò, il qualitativo, ostacola o addirittura impedisce la loro gerarchizzazione e quindi la loro verifica selettiva; il secondo travolge chi ne è oggetto seppellendolo sotto una massa di dati ch’egli è impossibilitato a recepire e a ordinare. Risultato primario dell’infodemia è l’incapacità individuale e collettiva di  accedere allo scopo primario dell’informazione: la possibilità di accortamente servirsene. 

Al fine di accedere al presente utilizzando il filtro della storia, potremmo a questo punto considerare le vicende e gli effetti delle grandi pandemie del passato per esaminare da un lato gli effetti distruttivi dell’eccesso di notizie confliggenti tra loro e incrociate in modo da combattersi e  distruggersi vicenda – come accade quando su uno stesso oggetto convergono gli esiti di propagande pensate per combattersi tra loro, determinando la necessità di seguire acriticamente un filone emergente di spiegazione e di giustificazione di quel ch’è successo o sta succedendo senza essere in grado di comprendere oppure la resa e l’abbandono al gorgo tumultuoso di dati incontrollabili. 

Nel libro Le cento novelle contro la morte (Salerno) ho in un certo senso preso in considerazione una strategia messa in campo nella Firenze di metà Trecento attanagliata dalla peste da un gruppo di eletti giovani (tre ragazzi o giovani uomini, sette ragazze o giovani donne) per fuggire al contagio che stava invadendo la città uscendo dalle sue mura e insediandosi in una serie di ricche signorili dimore al riparo almeno parziale dal pericolo del contagio. Si tratta, in altri termini, della trama del Decameron, che non è affatto – contrariamente a quel che in troppi pensano – una “raccolta di cento novelle”, bensì un vero e proprio romanzo che narra gli sviluppi di una psicoterapia di gruppo. In dieci successive giornate, ciascuno dei protagonisti narra una novella sulla base di un tema che ogni giorno viene proposto  da uno di loro: la successione dei temi, gli argomenti delle novelle, la qualità delle diverse narrazioni producono nel gruppo un benefico effetto catartico di tipo comunitario liberandoli – si badi bene – non dal pericolo della pestilenza in sé, che viene evitato semmai dalla salubrità dei luoghi scelti e del genere di vita proposto, bensì dall’angoscia invincibile e mortale dalla quale ciascuno di loro veniva attanagliato sentendosi circondato e minacciato da un nemico tanto invisibile quanto implacabile. Ma tale angoscia non derivava tanto dallo spettacolo della città perda dell’epidemia che essi avevano sotto gli occhi, quanto dall’interpretazione terrificante ch’essi ne davano vittime com’erano di martellanti informazioni e sensazioni la qualità delle quali non erano in grado di selezionare, dunque di dominare.

Quale l’accorgimento terapeutico messo in campo? Allontanarsi dal pericolo fisico in modo da non venirne travolti, senza dubbio; ma, soprattutto, uscire dalla micidiale tenaglia le due mascelle della quale sono lo spettacolo quotidiano della morte da una parte, la sensazione ch’essa sia ineluttabile dall’altra: evidente ma suscettibile di venir sopravvalutato il primo, ossessiva e quindi psichicamente distruttiva la seconda. Una massa meno soffocante d’immagini e di notizie  interpretate in modo abnorme aveva rischiato di perderli sul piano della salute psichica. I dieci, raccogliendosi in luoghi salubri e mani e volgendosi a un’altra realtà spirituale, quella degli universi evocati dalle novelle, hanno sconfitto la morte nella misura in cui ne hanno distrutto l’immagine che incombeva nell’intimo di ciascuno di loro. 

Stiamo assistendo in questi giorni a un’infodemia che accompagna, riverbera, moltiplica il pericolo della pandemia soffocandoci con una quantità ingestibile di notizie e di commenti ad esse che spesso, anziché dei supplementi d’informazione corretta, costituiscono una dilatazione incontrollabile d’ipotesi e magari di falsità che alimenta il senso di disorientamento e d’angoscia già di per se stesso incombente.  

L’antidoto consiste nel far fronte alle notizia imponendo loro un ordine quantitativo e qualitativo, quindi selezionandole. Come i dieci giovani protagonisti del racconto del Boccaccio, bisogna “staccare la spina”. Nel loro caso, spezzare il loro malsano legame di dipendenza con la città condannata. Nel nostro caso, attenersi all’obiettivamente essenziale delle notizie sfuggendo alla sirena delle loro esegesi tendenziose, delle loro amplificazioni terroristiche: le quali passano sovente attraverso l’intricata foresta informatico-telematica. Rifiutate il dialogo con i blog,  imponete una disciplina qualitativa (verificandone carattere e provenienza) e quantitativa (rifiutandone l’invadenza) ai  social. Un libro per molti versi contestabile ma nel suo insieme prezioso, Fake News. Dalla manipolazione dell’opinione pubblica alla post-verità di Enrica Perucchietti (Arianna 2018) vi sarà buon filo di Arianna per individuare il groviglio di menzogne, sovente messo in circolo da politici e da media  sui quali si fonda e dei quali si nutre l’infodemia. Siamo, come constaterete leggendolo, ben al di là di Orwell. 

Come uscirne? Più o meno un secolo fa un enfant terrible  dell’’intellighentzija  italiana controvento di allora, Giuseppe Prezzolini, proponeva una “Società degli Àpoti”: vale a dire – letteralmente – di Quelli che non La bevono. È urgente il rifondarla.

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Franco Cardini, è professore ordinario di Storia medievale presso l’Università di Firenze, e come giornalista collabora alle pagine culturali di vari quotidiani. Professore Emerito dell’Istituto Italiano di Scienze Umane alla Scuola Normale Superiore di Pisa, da mezzo secolo si occupa di crociate, pellegrinaggi, rapporti tra Europa cristiana e Islam, anche trascorrendo lunghi periodi di studio e insegnamento all’estero.

Grazie a Salerno Editrice.