Il Dizionario dei tempi incerti

Le parole sono ricordi, storie e affetti. Le parole segnano il rapporto che abbiamo con il mondo e con il presente: riscopriamole, ritroviamone il senso, insieme.

Contagio, assalto, limite, casa, supermercato, attesa, opportunità, code, epidemia, fermarsi, fiducia, speranza, paura, ansia, regola, distanza, allarme, misura, contatto, rischio, sicurezza, speranza, fuga, assalto, emergenza, pazienza, deserto, panico, studio, tempo: q
ueste sono alcune delle parole che in questi giorni riempiono pagine di giornali, miriadi di chat e trasmissioni televisive, bisbigliate o urlate.

Abbiamo pensato di chiederne una definizione a pensatori e pensatrici contemporanee, in particolare a protagonisti e protagoniste delle nostre rassegne autunnali, Torino Spiritualità e Festival del Classico. Ma non solo, perché il dizionario sarà anche illustrato, in particolare dagli artisti che partecipano alla rassegna Scarabocchi, a Novara a settembre con Doppiozero

È il Dizionario (illustrato) dei tempi incerti.

Ivano Dionigi, latinista // AMICIZIA

Ho sempre ritenuto e, fortunatamente, anche sperimentato come l’amicizia, insieme alla gratitudine, sia il sentimento più puro e più nobile che si possa provare. Infatti amicizia, dalla stessa radice di amare, comporta un atto e una relazione di amore (mentre l’amicizia chiesta e data su Facebook a chi non conosciamo a me sembra più un atto di fede!). Aristotele in una bella pagina dell’Etica a Nicomaco (9, 8) rende onore alle qualità di questo sentimento, ricordandone tre tipologie proverbiali che probabilmente risalivano già a Pitagora: «gli amici hanno un’anima sola (mía psyché)», «gli amici hanno tutto in comune (koinà tà phílon)»; «amicizia è uguaglianza» (isótes philótes). A un amico diciamo, chiediamo, consegniamo tutto: gioie e dolori, confidenze e segreti che neghiamo a padre e madre, fratello e sorella, figlio e moglie. Perché? Perché l’amicizia vive di due valori “freddi”, la sincerità e il disinteresse, che per pudore e per timore di offesa o di fraintendimento non riusciamo ad avere con i prossimi. Con l’amico non c’è remora, ambiguità, paura. Capisco la sentenza di Nietzsche: «Non è la mancanza di amore, ma la mancanza di amicizia che rende i matrimoni infelici».

Mauro Bonazzi, filosofo // TEMPO

Agostino non capiva cosa fosse, e forse non esiste neppure, secondo alcuni scienziati. Fino a poco fa era accelerato, scappava via troppo veloce e non bastava mai. Adesso, improvvisamente, ne abbiamo fin troppo, e si distende lentissimo. Sapremo farne uso prima che torni a correre?

Michela Marzano, filosofa // RESPONSABILITÀ

Il termine “responsabilità” viene dal latino respondere, letteralmente “rispondere”. È d’altronde delle proprie azioni, dei propri gesti e delle proprie parole che si deve poter rispondere quando qualcuno ci chiede i conti del nostro comportamento (talvolta anche delle conseguenze che ne derivano), soprattutto quando i nostri gesti e le nostre azioni hanno un impatto dannoso o doloroso sugli altri. La responsabilità, infatti, è il contraltare della libertà: è perché siamo liberi di scegliere come agire che dobbiamo poi essere anche capaci di giustificare le nostre condotte.

Luciano Canfora, filologo e storico // LETTURA

In greco antico “leggere” e “riconoscere” si esprimono con lo stesso verbo. Ogni lettore sa che ogni lettura comporta una scoperta. In carcere, o in quarantena, lettura vuol dire risorsa, ma anche resistenza, e, alla fine, vittoria.

Alessandro Zaccuri, giornalista e scrittore // SGUARDO

Ce lo scambiamo come un pegno: come gli abbracci, come le carezze che non ci possiamo dare. Si posa sul mondo che ci sta attorno, così diverso da quello che conoscevamo e avevamo immaginato. Uno sguardo è fatto di niente, è un incrocio di intenzioni, è l’estremo, l’ostinato tentativo di capire.

Maurizio Bettini, filologo classico // SOLIDARIETÀ

Evoca alla mia mente il latino sodalitas, ossia il gruppo dei sodales, i compagni, le persone vicine. Solo che sodalitas non c’entra con “solidarietà”: che è un termine economico, con cui si indica il vincolo in forza del quale un creditore ha il diritto di esigere l’intero credito dal debitore. Preferisco la mia falsa etimologia.

Salvatore Veca, filosofo // FIDUCIA

Il grande filosofo David Hume sosteneva che la fiducia è il cemento della società, così come la forza di gravità lo è per la natura di Newton. È difficile pensare la permanenza nel tempo di cose come istituzioni o forme di vita, senza assumere o presupporre la persistenza costante della fiducia che tiene assieme gli attori coinvolti. Allo stesso modo, è difficile pensare che possano insorgere schemi di cooperazione durevoli fra individui o gruppi senza assumere, ancora una volta, che si dia fra essi fiducia. La fiducia, possiamo dire, è la prima virtù delle interazioni sociali. Essa, direbbe ancora Hume, è generata da processi di apprendimento sociale. Processi che danno luogo a elementari forme di socialità che certamente dipendono dai mutui riconoscimenti ma sono resi possibili dalla crescita e dalla conferma della mutua fiducia. Senza mutua fiducia, nessun mutuo riconoscimento. Senza mutua fiducia, nessuna forma di socialità. Certo, la fiducia può assumere molti volti e può essere definita in molti modi. I suoi destinatari stessi possono variare: fiducia verso una persona per le sue caratteristiche biografiche, fiducia verso una persona per le sue competenze e virtù professionali, fiducia verso un’azienda che fa formaggini (dopo tutto, “Galbani vuol dire fiducia” resta un promemoria eloquente della faccenda), fiducia verso una istituzione o un’agenzia politica o religiosa, fiducia nei confronti della scienza e del sapere. Sono convinto che oggi, ai tempi del Corona virus, una fra le questioni centrali abbia a che vedere con il duplice transito di fiducia: nei confronti della scienza e nei confronti dei decisori pubblici. Senza dimenticare il soggiacente capitale di fiducia delle persone e fra le persone, che resta il presupposto prezioso della nostra semplice e preziosa umanità.

Matteo Nucci, scrittore // PAURA

Paura: sostantivo femminile dal latino pavor: sgomento, ansia, angoscia; a sua volta dal greco paio che, come l’indoeuropeo pat-, indica l’atto del percuotere. Chi viene percosso è sbigottito, atterrito (paveo). Non si può fuggire lo sbigottimento ma lo si può percuotere. Per percuoterlo bisogna viverlo. La paura si vince mettendole paura. La paura teme chi non finge di non provarla, tanto che infine se ne fugge via.

Lella Costa, attrice // POSITIVO-NEGATIVO

Credo che poche cose ci lascino smarriti come le parole che di colpo cambiano significato, o meglio senso. E così, di colpo, positivo e negativo si scambiano i ruoli e, sicuramente adesso e per un po’, faremo il tifo per quello che fino a ieri ci suscitava diffidenza, riprovazione, forse perfino disprezzo. “E dai, su, reagisci, non essere così negativo”, “La sua grande forza è sempre stata la positività…”. Le parole e le cose. Chissà, magari in questo tempo vuoto potrebbe esserci spazio, e tempo, anche per (ri)leggere Foucault.

La tv, in questi giorni, è la finestra dalla quale guardare il mondo: Marco Cazzato, artista e illustratore dallo stile intimo e profondo, ha deciso di ritrarre proprio lo schermo televisivo per raccontare ciò che stiamo vivendo. Questa è la prima delle tre immagini che illustrano il Dizionario dei tempi incerti.

Alberto Maggi, teologo, biblista e religioso dell’Ordine dei Servi di Maria // FIDUCIA

A volte ci sono eventi che possono sembrare pietre che schiacciano. Avere fiducia nel Padre è credere che queste pietre possono diventare pane che alimenta la vita. Il Signore non può togliere gli ostacoli che l’esistenza presenta, ma comunica la forza per affrontarli e superarli. Per questo non c’è niente che non possa diventare opportunità di crescita, occasione di ricchezza: “Questa è la fiducia che abbiamo per mezzo di Cristo, davanti a Dio” (2 Cor 3,4), nella certezza che “per quelli che amano Dio, tutto concorre al bene” (Rm 8,28).

La natura, complice il lockdown di città e attività produttive, torna a reclamare i suoi spazi: i delfini sono tornati nel porto di Cagliari, il germano reale a nidificare a Venezia, i cinghiali vanno in giro nella notte genovese, le lepri invadono i parchi di Milano. La bravissima Mara Cerri, tra le illustratrici italiane più promettenti, ha immaginato un cervo illuminato da un lampione, immobile in un parcheggio deserto. Si è fermato perché si sente osservato, forse qualcuno di noi, in una notte insonne, si è accorto di lui da un balcone? Oppure, chissà, il cervo è dentro un nostro sogno, un sogno che ha a che fare con un desidero di comunione e pace con i nostri amici animali. Perché il mondo è ugualmente nostro e loro, proprio come in questi giorni.

Luciano Manicardi, priore della comunità di Bose // LIMITE

Ovvero, provocazione ad andare oltre, sfida da superare, per l’uomo occidentale la cui storia è la storia di limiti geografici, astronomici, scientifici, religiosi, politici, biologici da oltrepassare, da rendere non più limitanti. Fino a sfidare il limite dei limiti, la morte, con il pensiero della amortalità. Eppure ciò che vive ha un inizio e una fine, e solo ciò che vive può anche morire. E il limite dà forma a ciò che altrimenti resterebbe informe, e dando forma, dà anche bellezza. Nell’attuale contingenza il limite sfida l’uomo imponendosi come invalicabile. Vengono ristretti enormemente gli orizzonti dell’uomo globale: strade sbarrate, viaggi preclusi, restare tra quattro mura per giorni e giorni, non varcare la soglia della propria casa, quasi che gli stipiti domestici fossero divenuti delle novelle colonne d’Ercole. Il mondo ridotto alle dimensioni domestiche. L’emergenza sanitaria impone misure limitanti ben più radicali del “limite del sabato”, il techum shabbat, ovverosia la limitazione di movimento prevista nell’ebraismo per il giorno di sabato, a ricordare che non l’agire e l’agitarsi dell’uomo manda avanti il mondo. Ci è richiesta la difficile arte di dirci dei no, di porci dei limiti e di attenerci ad essi, di non fare, di non andare, di non incontrare. Ci è imposto – paradossalmente – di esercitare l’umile mitezza, ovvero l’arte di essere più forti della nostra forza autolimitandoci. Anzi, siamo ricondotti al limite che è il corpo, impedito di toccare, abbracciare, dare la mano e che deve imparare una prossemica per niente mediterranea. Eccoci di fronte, improvvisamente, alla verità elementare del nostro corpo e alla preziosità del nostro tempo che ora possiamo cogliere, sentire, non solo veder fuggire. Ovvero, i due limiti basilari e fondanti della nostra condizione umana: lo spazio e il tempo. La sfida del limite oggi è questa: sapremo abitare il corpo e il tempo? Lezione di essenzialità che forse ci consente di scoprire quanto Foucault ha detto del corpo stesso: spietata topia, qui e ora irrimediabile, ma anche luogo originario di ogni utopia, di ogni futuro, di ogni tempo a venire.

Marco Belpoliti, scrittore e saggista // INVISIBILITÀ

L’invisibile è ciò che non si può vedere, perché è al di là della portata della nostra vista, perché troppo grande o perché troppo piccolo. Per poter vedere il Covid-19 l’abbiamo dovuto ingrandire e disegnare, trasformarlo in una forma leggibile, e tuttavia risulta ancora invisibile

Tra cartelli gialli e segnali rossi di divieto, l’illustratrice Francesca Chessa ci invita a seguire una freccia, quella con scritto FIDUCIA, che porta verso una frase che riscalda il cuore. Come il bambino dell’immagine, con una maschera da supereroe e un ombrello a pois, in compagnia di un gatto e di un pesce rosso, stringiamoci insieme e seguiamo l’indicazione giusta.

Olimpia Imperio, grecista // PESTE

Quella che i Greci chiamavano λοιμός e i Romani pestis è una malattia infettiva di origine batterica dovuta a un microrganismo specifico, Yersinia pestis, che deve il nome al medico svizzero-francese Alexandre Yersin (1863-1943), il quale per primo, nel 1894, isolò il bacillo e ne produsse il siero. Leggi tutto l’intervento della grecista su peste e letteratura

Chandra Livia Candiani, poetessa // DISTANZA

Ci sono distanze sacre, permettono di vedere l’inspiegabile che sei, ti lasciano vedere l’inspiegabile che sono. La nostra comune preziosità senza precipitarci verso l’altro fa tremare. Sto a un metro da te e non scappo, ti guardo. A un metro da te ti onoro, se rischio ti metto a rischio. Il rischio più grande è questo amore a distanza. 

Ugo Cardinale, linguista // LIMITE

Il nostro tempo della simultaneità senza limiti ci aveva abituati a guardare con ottimismo alle nostre possibilità, inorgogliti dal successo inarrestabile della tecnologia. Ignari del passato e immersi nel presente, abbiamo creduto di poter trascendere ogni limite, geografico, fisico e psicologico, affascinati dal sogno faustiano dell’onnipotenza. Ma ora che l’orgoglio prometeico si è  infranto, ci troviamo a interrogarci sulla nostra natura e sul nostro destinoL’ansia di oltrepassare i limiti ci appartiene. Ma il limite è  la nostra natura. Gli antichi ci hanno insegnato a cercare il limite, la mesothes, la misura delle passioni, umiliando la tracotanza dell’ubris . Ma la misura non è banalmente mediocrità: è consapevolezza etica responsabile. Est modus in rebus, sunt certi denique fines quos ultra citraque nequit consistere rectum. I rivolgimenti terrestri ci richiamano al limite, a cercare una nuova dimensione responsabile, non egoistica, collaborativa del nostro sviluppo, l’epidemia che dilaga svela la nostra fragilità.  Ma, come diceva Pascal, l’uomo è misero e grande ad un tempo. Se si esalta, lo umilio, ma se si umilia, lo esalti. Non lasciamoci fagocitare dalla paura che ci fa vedere l’altro come un nemico. È tornato il momento di riscoprire la nostra grandezza di ” animale razionale e politico”, capace di vivere con gli altri e per gli altri. Anche a costo di accettare per questo l’isolamento forzato.

Simone Regazzoni, filosofo // ATTESA

Siamo solito pensare all’attesa come a un tempo vuoto da eludere, da far passare, fino al farsi presente di ciò che si attendeva: “eccolo, finalmente!”. Questo perché parliamo spesso di futuro, ma eludiamo l’avvenire, vale a dire l’accadere del futuro, il suo arrivare. L’attesa non è altro che l’esperienza dell’avvenire, il momento in cui ci predisponiamo ad accogliere l’avvenire, l’evento, ciò che arriva. Questo predisporsi implica la sospensione del fare, dell’agire, del parlare: pura potenza di accogliere, nel silenzio, di lasciar venire ciò che viene.

Bruno Tognolini, scrittore per i bambini e per i loro grandi / Pazienza

È inutile che il fiore
Voglia essere frutto
Con polpe dolci e buone
Deve passare prima la stagione

L’acqua della sorgente
Non può essere mare
Con le onde e le schiume
Deve passare prima un lungo fiume

E mai nessun bambino
Potrà crescere in fretta
Solo cambiando i panni
Ci sono prima i giorni, i mesi e gli anni

C’è prima la partenza
Poi vengono i ritorni
La strada è la pazienza
I piedi sono i giorni

Filastrocca delle cose nel tempo da Filastrocche della Melevisione (Gallucci Editore)

Guido Scarabottolo è tra i nostri illustratori preferiti. Da due anni ci vediamo a Scarabocchi, il mio primo festival, a settembre a Novara con Doppiozero, una rassegna sognante e fantasiosa per i grandi e per i bambini.
Questa è una delle “36 vedute del monte incantato”, progetto che potete seguire sul profilo Instagram dell’artista e che unisce le vedute del Monte Fuji di Hokusai a uno dei libri più famosi di Thomas Mann. Oriente e occidente.

 

Giovanna Durì, grafica editoriale e disegnatrice, cura cataloghi e mostre dei migliori illustratori contemporanei, da Lorenzo Mattotti a Franco Matticchio, passando per Josè Muñoz e Guido Scarabottolo. Presenza preziosa a Scarabocchi, il festival che si tiene a settembre a Novara con Doppiozero, ci ha regalato questa bellissima opera. Si intitola “Silenzio” e questa è la didascalia che l’accompagna: «Lulù, amore mio, ma… lo senti anche tu questo silenzio?», «Hai visto che non c’è nessuno in giro? Sei contenta?»

Piergiorgio Odifreddi // RAGIONE

Gli animali, uomo compreso, agiscono in maniera istintiva. Ma l’uomo, a differenza degli altri animali, ha anche un altro strumento: la ragione, che consiste nel pensare e meditare prima di agire. Sarebbe irragionevole voler usare sempre e soltanto la ragione, ma è altrettanto irragionevole non volerla o saperla usare mai. La ragione stessa ci dice quando dev’essere usata: dunque, siamo ragionevoli, e usiamola quando serve!