Gina Lagorio. Per il centenario dalla nascita la nipote racconta il saggio vitalismo della scrittrice braidese

Probabilmente, di tutte le cose che a una scrittrice e a un’intellettuale riescono difficili oggi come in passato c’è la tara, il peso, il giudizio, dell’essere considerate troppo superbe. L’intelligenza, soprattutto quella letteraria, deve essere rabbonita, compensata, riequilibrata da un’autoironia di fondo, dall’intenzione continuamente esibita di non volersi prendere troppo sul serio. Culturalmente ed esteticamente bisogna dimostrare una continua dose di umiltà, necessaria solo alle donne e non agli uomini.

Il talento va taciuto in presenza della bellezza. La bellezza va taciuta in presenza di un talento, e la letteratura, in questo senso, è un terreno più spinoso di altri, perché produce immaginazione, corrisponde all’atto stesso del creare. Disturba. “Il genio disturba. Se il genio è donna disturba due volte. Disturba perché non lo si capisce e allora è conseguente, per i poveri di spirito o i mediocri tenutari del potere recensorio e accademico, muovere fendenti critici a vanvera. Senza la minima eleganza spirituale”. (Inventario, pp. 127-128).

Ecco, fin da quando la conobbi Gina mi diede l’esempio opposto. Mi insegnò, forse senza saperlo, a essere intransigente da questo punto di vista. 

Gina era una donna che scriveva. Era bella. La ricordo seduta alla scrivania del suo studio, su cui non mancava mai un piattino di caramelle alla violetta, i gioielli, per cui aveva una predilezione, le perle specialmente, a fare capolino sullo scollo di una camicia chiara, le labbra rosa o rosse di rossetto, la linea dell’occhio tratteggiata dal kajal, e il profumo tenue di rosa che si espandeva dalle sue stanze, dai suoi polsi, dai suoi vestiti. Adorava comprare, circondarsi di cose belle, purché non le si facesse perdere troppo tempo. Entrava in un negozio, indicava, acquistava e, per la fretta, acquistava anche a chi era con lei.

Naturalmente era novecentesca, gli imperativi storici su cui si era fondata la sua intera esistenza non concepivano il disimpegno, la frivolezza ostentata, di contenuti più che di forma, e nessun tipo di lascivia morale. Era femminista, ma non progressista. Credeva in certi modelli arcaici, legati al tempo, alle stagioni, ai riti, che ricalcavano la sua infanzia, consumatasi tra le colline langarole, in cascina, insieme ai volti antichi dei contadini.

Come se in gioventù avesse indossato un busto che aveva avuto il merito di raddrizzarle la schiena e le aveva insegnato a camminare diritta, conservava una postura rigida, implicitamente elevata nei confronti di tutte le cose. Per questo, non poteva tollerare la cialtroneria, la mediocrità, un cattivo uso del linguaggio.

Non era cattolica ma religiosa, nel senso che aveva fede nella sacralità: delle parole, delle origini, della giustizia.

Giustizia e libertà. Ne aveva fatto incidere le lettere iniziali all’interno della sua prima fede matrimoniale, che erano anche quelle del suo nome, del suo nome da sposata. Pochissimi sanno come è davvero registrata all’anagrafe, ma mantenne il cognome di Emilio anche dopo, come se la loro unione avesse rappresentato, di fatto, una rinascita indimenticabile, incontrovertibile, l’inizio di tutti gli inizi, dato che sorgeva sulle ceneri del fascismo e sul trionfo dei partigiani, di cui loro avevano fatto parte.

L’aggettivo “indimenticabile”, però, non è solo il depositario di un’eco, l’eco della Resistenza, della lotta, di quel primo e nel suo cuore anche unico amore. Sancisce la missione della memoria. Ricordare, per Gina, era un dovere, essenziale e primario quanto quello di nutrirsi, e lei non poteva dimenticare. Non poteva dimenticare niente, nessuna delle radici che la legavano indissolubilmente alla sua terra, alle sue terre – il Piemonte, la Liguria – e ai poeti, ai romanzieri, a ciò che aveva contribuito a costruire la sua identità.

Chi non ricorda, chi non ferma la memoria, chi non testimonia il proprio passaggio, non esiste. Poche ore prima della sua morte, all’interno dell’ambulanza che arrivò precipitosamente a Cherasco per ricondurla a Milano, in mezzo a un corteo di infermieri costernati, cominciò a decantare D’Annunzio, i versi fiorivano dalla sua bocca, erano il segno di un anelito alla vita di cui le parole sono l’invincibile sostrato.

E poi c’erano i giochi, gli amici, il teatro, la musica, il cinema. La buona tavola. Il mare.

Attendevamo l’estate lanciandoci sguardi complici da un capo all’altro della tavola da pranzo, io bambina, tirando appena i lembi delle gonne dentro cui eravamo costrette, le gambe sepolte dalle calze, dai collant. Per entrambe si trattava del momento epifanico in cui ci saremmo liberate dei vestiti, delle convenzioni borghesi, cittadine, e saremmo andate incontro alla vita, “mordendo instancabilmente voraci nella polpa delle cose”.

La “fisicità pura”, quando “prima della notte non c’era tempo per leggere e quasi per pensare” era il contraltare delle altezze vertiginose dell’intelletto. Rappresentava un’aderenza al mondo dionisiaca e beata, che ho ereditato interamente e che non ho mai riscontrato in nessun altro, almeno, non con quella energia, non con quella passione, non con quella concentrazione.

Annusava diligentemente gli odori dei luoghi, li coltivava, ed essi andavano a formare un tesoretto precario, assoluto, struggente. Contemplava l’immagine dell’agave che si arrampica sulla facciata gialla della casa di Varigotti. Nuotando, respirando, liberandosi, incontrava l’eternità.

Era l’eternità del qui e dell’ora, che ad alcuni potrà sembrare poco spirituale, e di fatto è così, era l’esaltazione della vitalità del corpo e dei suoi sensi, dell’esistenza tutta, nel suo rigoglioso, perpetuo verificarsi.

Era la gioia autentica, cristallina dell’essere vivi. Gina riusciva, riuscì a conciliarla col desiderio di realizzare un’opera, che invece spesso è sinonimo di austerità, solitudine, rinunce, si associa al disprezzo e alla riduzione obbligata di ciò che di empirico e fatuo ci circonda.

Mi affanno a contenere questa presunta, apparente contraddizione, a spiegarla, a non lasciare che la neghino, che la volgarizzino. Che la mistifichino.

Quando provo l’impulso doloroso di esiliarmi e sottrarmi agli sguardi esterni e la vita mi pare d’un tratto una dimensione inabitabile, inaccettabile, l’aderenza gioiosa di Gina mi guida, mi salva. Quando perdo di vista me stessa e mi pare di stordirmi, di ingozzarmi di risate, dell’atteggiamento di scherno con cui oggi tutti trattano tutto, allora è la verticalità rigorosa di Gina a guidarmi, a salvarmi.

Avrebbe avuto in odio il presente, lei che già vent’anni fa ne andava sospetta. Era furiosa nei confronti della digitalizzazione imperante che impoveriva la politica, che funzionalizzava il sapere, che mercificava la cultura. Era furiosa nei confronti dei contenuti berlusconiani che proponeva la televisione, che pure aveva comprato, come si era adeguata a usare il computer, abbandonando faticosamente e non senza reticenze la macchina da scrivere. Ma era inquieta, offesa. Scalpitava. Aveva già scritto in Approssimato per difetto (Garzanti) che il male che colpì Emilio alla testa e lo portò precocemente alla morte era stato frutto della disillusione luttuosa, incalcolabile dei loro sogni di ragazzi, infranti con l’istituzione della prima Repubblica. Avevano lottato e ciò che restava era un mondo anche più corrotto, mediocre e tracotante, sostenuto però dall’alibi furbo della democrazia. Quando si avvicendò la fine del millennio, era rimasta sola, sola e costernata di fronte all’uso compiaciuto della stupidità come strumento di difesa, dei sempre più fanfaroneschi mezzi di distrazione di massa, della femminilità da rotocalco, del livellamento sordido che consentiva a chiunque di esprimersi, e delle guerre che nel frattempo continuavano a infuriare indisturbate.

Tuttavia, nel decorso lungo, straniante, che accompagnò la sua malattia, il nucleo della sua identità continuava a mantenersi vibrante, vitale, grato. Di una cosa tutti erano certi: non avrebbe voluto morire.

Continuò a scrivere, anche sulla carrozzina, anche quando non potè più reggere in mano la penna e si ridusse a dettare alla sua segretaria.

Compose Càpita (Garzanti), uscito postumo nel 2005, interamente così, e credo non ci sia frase che le somiglia meno e che al tempo stesso è capace di rappresentarla di più: “Càpita che sia negativo. Se càpita negativo, affrettati ad accettare. Ma se càpita che sia positivo, e lo sai, vivilo in pienezza. Perché c’è tempo per ogni cosa, se càpita. La leggerezza è nutrita dalla lievità della gioia. E non tutto è triste, squallido o insensato. E anche voler bene è giusto che capiti, perché altrimenti non riuscirai ad amare gli altri, e passerai come un’ombra nel nulla”.


L’autrice: Benedetta Barone

Nata a Milano, ha studiato scrittura creativa e arte del racconto a Milano con Antonio Scurati e a Torino alla Scuola Holden. Adesso scrive e collabora con varie testate giornalistiche come Linkiesta, GQ e Repubblica green and blue. Amante da sempre della parola e del linguaggio, in futuro spera di dedicarsi alla narrativa e alla saggistica.

credits foto Bruno Murialdo