L’importanza di dire “no”
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Dic

lunedì 28 gennaio ore 21

Un viaggio tra gli sport e i decenni per raccontare un’unica grande storia: quella di chi ha avuto il coraggio di opporsi
con Giulio Biino
in collaborazione con Cento per Cento Lettori
Gli Amici di ToSp possono prenotare il posto in sala.

La sillaba più banale: quella che ogni bambino pronuncia per prima.
In appendice a Torino Spiritualità una piccola antologia di chi si è ribellato sul campo di calcio, sul podio olimpico, all’interno di una palestra o di un palaghiaccio.
Storie di sport, ma soprattutto storie di uomini e di donne che hanno creduto di poter migliorare il mondo urlando il loro “no” a costo di sacrificare notorietà e ricchezza.
Attraverso filmati, materiale iconografico e con l’ausilio della musica un viaggio tra gli sport e i decenni per raccontare un’unica grande storia: quella di chi ha avuto il coraggio di opporsi.
Di chi parliamo?
Di Matthias Sindelar, uno dei più famosi giocatori degli Anni Trenta, capitano dell’Austria, all’epoca nazionale tra le più forti, con la quale vinse la Coppa Internazionale 1931-1932 e preso parte al Mondiale 1934.  Quando l’Austria aveva ormai cessato di esistere, diventando una provincia del Terzo Reich, Sindelar e i compagni si trovarono a giocare quella che i nazisti chiamarono “Partita della riunificazione”, ultimo match per loro con la propria casacca da disputare contro la Germania, di cui avrebbero da lì in avanti dovuto vestire la divisa ai Mondiali di Francia.  Potevano fregiarsi, ancora una volta, del proprio nome e dei propri colori, ma furono costretti a non vincere, sebbene la nazionale tedesca non fosse un granché.  Un’amichevole, insomma, ma soprattutto una farsa, alla quale Sindelar si oppose, rifiutando di fare il saluto nazista, restando immobile prima del calcio d’inizio.  La rappresaglia nazista non tardò ad arrivare e il giocatore venne trovato morto avvelenato in una fredda mattina di gennaio a Vienna, insieme alla sua compagna italiana, di religione ebraica.
Dell’atleta ceca Věra Čáslavská, tra le cinque ginnaste più famose di tutti i tempi, diventata simbolo della ribellione della Cecoslovacchia invasa dall’Unione Sovietica.  Nel 1968, durante i Giochi Olimpici di Città del Messico, il pubblico stravedeva per lei.  Ma, durante la premiazione, manifestò il proprio dissenso distogliendo lo sguardo durante l’inno sovietico.  La sua carriera terminò quel giorno.
Di Thomas C.Smith detto Tommie, velocista e giocatore di football, medaglia d’oro ai Giochi olimpici di Città del Messico 1968 e primo uomo al mondo a correre i 200 metri in meno di 20 secondi.  Ma non solo per questi motivi è diventato celebre.  Smith, infatti, insieme al compagno John Carlos, protestò contro la discriminazione razziale e a favore delle Pantere nere nella cerimonia di premiazione olimpica.Per tanti è un simbolo di gesta atletiche che muovono la coscienza, resta indimenticabile quel suo pugno chiuso.
Di Surya Bonaly, originaria di La Réunion, cinque volte campionessa europea di pattinaggio sul ghiaccio, ma spesso penalizzata nonostante le sue grandi capacità.  È diventata celebre per il back flip, ovvero il salto mortale all’indietro con atterraggio su un piede solo.E ra una delle poche donne a compiere questa acrobazia vietata dall’International Skating Union, ma la sua esecuzione scatenava l’ovazione del pubblico.

L’immagine guida scelta per la serata L’importanza di dire no rappresenta Colin Kaepernick, quarterback dei San Francisco 49ers, una delle più importanti squadre della lega di football americana.  La sua è stata una recente protesta silenziosa, ma capace di cambiare la sua vita e quella di altri sportivi americani.Kaepernick, infatti, ha scelto di rimanere seduto durante l’esecuzione dell’inno americano.  “Non mi alzo per mostrare orgoglio verso la bandiera di un paese che opprime i neri”, ha dichiarato, ribellandosi così a Trump e scelte della sua amministrazione.