Sei dozzine di matite e una doccia fredda all’alba

Cinque o sei dozzine di matite per ogni romanzo. George Simenon le disponeva sulla scrivania, le consumava con regolarità e smetteva di usarle quando diventavano troppo corte. Non le buttava: le conservava in un cassetto e poi le regalava ai bambini. Un dettaglio minimo, rivelatore di un rapporto con la scrittura concreto e quasi artigianale.

La sua fortuna letteraria non nacque dall’improvvisazione ma da una disciplina ferrea, capace di tenere a bada ogni possibile imprevisto. È quello che oggi si potrebbe chiamare «metodo Simenon».
Sul tavolo non mancavano mai: un elenco del telefono, in cui trovava nomi credibili per i personaggi – prima di passare al dizionario dopo le inevitabili proteste, un set di almeno otto pipe, un thermos con caffè, whisky o vino – a seconda della stagione – e una grande scorta di matite già temperate.

La giornata di scrittura iniziava sempre allo stesso modo: alle 6.30 del mattino, dopo una doccia gelata. Chiunque gli stesse intorno sapeva che in quei giorni era taciturno, concentrato, a tratti intrattabile. Prima di scrivere camminava molto: cercava l’atmosfera giusta, entrava nella pelle del protagonista, senza preoccuparsi subito della trama.

Solo dopo arrivavano gli appunti, raccolti nelle famose buste gialle, promemoria essenziali per non perdere coerenza. Poi la scrittura vera e propria, un capitolo al giorno. In nove giorni il romanzo era finito, al decimo arrivava la revisione, rapida e quasi invisibile. Pochissime correzioni. Sembra incredibile, eppure è così: per Simenon scrivere tanto non era un mistero, ma una questione di metodo.