Una nuova idea di libro aperto

Per individuare un’opera servono due informazioni principali: titolo e autore.
Questa potrebbe sembrare una condizione indiscutibile, ma in realtà non lo è. O meglio non lo è sempre stato, e soprattutto non da tutte le parti.

La concezione che un’opera appartenga a qualcuno è un’idea non solo occidentale ma anche contemporanea. E volendo aggiungere un tassello in più, lo è anche l’idea che la forma in cui viene tramandata debba considerarsi definitiva.

Per capire a cosa ci stiamo riferendo potremmo prendere ad esempio il Mahābhārata. Una delle epiche più importanti della cultura indiana, è un poema immenso e vastissimo – è quindici volte più lungo della Bibbia – iniziato nel IV secolo a.C., che raccoglie le storie e le genesi delle figure più importanti della religione e della cultura indiana. Il poema non è attribuibile a uno scrittore o a una scrittrice. Al punto che se noi dovessimo incaponirci e chiedere di individuare qualcuno per poter mettere il nome in copertina, probabilmente ci risponderebbero di mettere Vyāsa: una figura che oscilla tra un grande saggio e una divinità.

Questo non solo per come le opere venivano diffuse e tramandate, ma anche perché esse appartengono alla comunità – e non a un individuo soltanto che ne possa rivendicare l’appartenenza.

Lo stesso discorso e tipologia di percorso si possono  facilmente riscontrare anche nelle nostre opere epiche, come Iliade e Odissea, per cui si sa che il nome Omero non solo non può corrispondere a chi le ha inventate poiché esito di una collettività -, ma è possibile che non sia nemmeno mai esistito.

Ma, tornando al Mahābhārata, l’ulteriore passo per comprendere quanto fosse radicata quest’idea di proprietà collettiva è che qualora ci fosse stato un uomo titolato a farlo, se lo riteneva opportuno, poteva aggiungere o modificarne il testo. E infatti è stato arricchito per oltre 700 anni.

È un po’ come se fossimo andati avanti a correggere, aggiungere e togliere parti alla Divina Commedia senza che per questo l’opera cambiasse di natura.

In questo senso – e facendo venire meno dei limiti che di fatto hanno l’onere e l’onore di proteggere dei capolavori – si può provare a immaginare degli orizzonti altrimenti difficili da scorgere. Orizzonti che parlino di comunità e non sempre di individui. Di libri aperti.