Di Fruttero (e del Lucentini immaginario)

Quando un giornalista – in occasione dell’uscita di A che punto è la notte (1979) -, chiede a Carlo Fruttero dove si trovi Franco Lucentini, lo scrittore risponde senza battere ciglio che Lucentini non c’è perché in realtà non esiste e che l’ha inventato lui. Inoltre, aggiunge che era ben ora di confermare questa voce che da tempo già circolava: Lucentini è inesistente.

Pochi minuti dopo, il giornalista ci tiene a specificare al pubblico che Lucentini esiste davvero, e che non è presente in quel momento perché ha una gran febbre.

Nell’ambito letterario pensare a Fruttero senza Lucentini – e viceversa – può risultare difficile tanto da preferire – come lo scrittore – concepirli come uno soltanto. Tuttavia non solo è possibile indagare le loro persone singole, ma è anche utile per comprendere e scoprire quel valore che è stato capace di generare uno dei sodalizi artistici e linguistici più importanti della storia letteraria italiana e, non secondariamente, che ha saputo dirigere la collana Urania (Mondadori) dal 1961 al 1986 permettendo di leggere tra le sue pagine, alcuni autori per la prima volta in italiano, come Isaac Asimov, Ray Bradbury, Philip K. Dick.

L’occasione per provare a conoscere la sola figura di Carlo Fruttero è il centenario che quest’anno si compie dalla sua nascita. Lo scrittore, oltre alla produzione de La ditta– così era chiamata la loro coppia professionale -, si dedica ad alcuni lavori individuali dal 1998, pochi anni prima della morte di Lucentini, e prosegue fino al 2012, anno della sua scomparsa . In questi anni pubblica romanzi e memoir tra cui Donne informate sui fatti, Ti trovo un po’ pallida e Mutandine di chiffon. Memorie retribuite. Di questa sua produzione successiva parrebbe che lo scrittore abbia lasciato la precisione assoluta e l’architettura perfetta delle opere per una voce più personale e psicologica. 

Tra le caratteristiche peculiari di Fruttero vale anche la pena indagare i suoi “attrezzi del mestiere”. Si conservano infatti i grandi taccuini a quadretti su cui lo scrittore prendeva appunti, immaginava, progettava e infine scriveva. Ma ancora più curioso è sapere che egli utilizzava soltanto le famose Tratto Pen nere per lasciare traccia delle sue invenzioni su questi lenzuoli di carta tutti quadrettati. Pare invece che Lucentini scrivesse solamente a macchina.

Ma, volendo per un attimo abbandonare gli strumenti, le pubblicazioni successive e la ragione delle cose, si potrebbe provare a credere – come ci suggeriva lo scrittore – che sia inutile parlare dell’uno e dell’altro, e che in fondo essendo l’uno il frutto immaginifico dell’altro, non siano mai stati davvero soli. E che in ogni cosa ci sia uno e ci siano anche in due.