Il racconto di una sfida.
Austen VS Dumas

 

Caro lettore e cara lettrice,
vogliamo inaugurare dei racconti estivi. Non di fantasia, eh no, sia ben chiaro, perché in questo momento vogliamo raccontarti alcune cose che sono successe veramente in questa stagione del Circolo fuori e dentro via Bogino. Ed essendo noi stessi dei lettori partiamo qui con la prima digressione. Sull’utilizzo di questo avverbio, veramente, a qualcuno potrebbe tornare in mente un passaggio de L’amica geniale in cui Lila dice a Lenù:

«Ti posso far notare una cosa? Usi sempre vero e veramente, sia quando parli che quando scrivi. Oppure dici: all’improvviso. Ma quando mai la gente parla veramente e quando mai le cose succedono all’improvviso? Lo sai meglio di me che è tutto un imbroglio e che a una cosa ne segue un’altra e un’altra ancora. Io non faccio più niente veramente, Lenù. E alle cose ho imparato a starci attenta, solo i cretini credono che succedono all’improvviso».

E da questa verità di cui pare sia facile diffidare, partiamo. Perché per noi le cose che sono successe veramente sono i romanzi. E parrebbe che a metà luglio, precisamente nel giorno 14 di quest’anno, a Villa della Regina, se ne siano sfidati due di un certo spessore: Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas e Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen. Come potrai immaginare, non era davvero nostra intenzione decretare quale fosse il migliore ma era un modo per giocare – che quanto sono seri certi giochi! – e per parlare, ancora una volta, di questi libri che ci hanno veramente detto qualcosa.

Quindi eccoci qui, a riportarti due o tre cose che sono state dette di questi due libri in questo contesto, ché magari, a saperle, fa piacere anche a te.

Innanzitutto vale la pena premettere che il contesto era I Duellanti e che per la finale le duellanti in questione erano Manuela Iannetti alla difesa de Il conte di Montecristo e Natalia Ceravolo alla difesa di Orgoglio e pregiudizio. Ognuna delle due per l’occasione doveva portare con sé una madrina o un padrino, proprio come nei veri duelli.

E siccome questa è una rielaborazione assolutamente senza volontà di essere fedele, soprattutto all’ordine temporale, partiamo dalla seconda madrina intervenuta: Elena Miglietti che ci ha ricordato quale funzione avessero in origine madrine e padrini nei duelli. Quest’ultimi innanzitutto si assumevano la responsabilità della possibile vigliaccheria del duellante; infatti, se lo sfidante non si fosse presentato, avrebbero dovuto prendere il suo posto. Inoltre, dovevano preparare il campo e dovevano scegliere l’arma per la sfida. Miglietti, dopo aver raccontato tutte queste cose e aver portato con sé anche una pistola da pirata (giocattolo), ha lasciato la parola alla sua duellante, Natalia Ceravolo, che di fatto si era presentata.

Ceravolo non ha raccontato per filo e per segno Orgoglio e pregiudizio, ma ciò che questo romanzo ha detto a lei. E sostanzialmente le ha dato un bello strumento di catalogazione maschile, per cui poi le è servita tutta la vita per mettere le cose in ordine e capire che davvero aveva ragione. Nello specifico, Jane Austen le ha raccontato che gli uomini si possono dividere in quattro categorie – e chiediamo già perdono se la restituzione non dovesse essere propriamente fedele, ma l’ascoltatrice si perdeva in associazioni personali mentre ascoltava attentamente, come accade un po’ a tutti.
Dunque:

1 – I padri – ossia il primo uomo di cui alcune si innamorano. In questa categoria tuttavia non rientra soltanto lui, ma tutti quelli a venire che gli somigliano. Il problema è che innanzitutto non possono essere il padre, e soprattutto a un certo punto del proprio genitore è bene saper riconoscere i difetti.

2 – I Mr Bingley – il gran classico dell’uomo che se ne va e poi ritorna. E poi magari se ne va di nuovo.

3 – I Wickham e i Collins – questi rappresentano due tipi di amore tossico. E in quanto tale così difficile da riconoscere e allontanare perché non si mostra mai per quello che è.

4 – I Darcy – veniamo qui all’uomo in cui accade il miracolo: quello di restare. E questo in tutto e per tutto al contrario di quell’altro manuale d’amore di Sex and the City che invece insegna che quando si ama bisogna scappare fortissimo.

La meraviglia dell’amore tra Elizabeth Bennet e Darcy sta tutta nella frase di lei quando dice una cosa tipo Prima di comprendere Darcy ho dovuto amare me.

Qui devi immaginare gli applausi all’arringa di Natalia Ceravolo.

A questo punto possiamo andare avanti, che in realtà quindi è indietro, ossia al discorso del padrino di Manuela Iannetti e Il conte di Montecristo, ovvero Francesco Morgando. Morgando ammette con suo sommo dispiacere di non aver letto il libro per diversi motivi: il primo, il lasso di tempo intercorso tra l’invito a essere padrino del libro finalista e la finale. Dice anche di aver valutato l’ascolto dell’audiolibro che però si sarebbe tradotto in circa 60 ore di ascolto (tempo di poco minore al totale a disposizione). E, in più, citiamo, «Perché non bisogna fidarsi dei libri che stanno in piedi da soli», puntualizzando di non starsi riferendo alla struttura ma proprio fisicamente ai libri che, per il loro spessore, riescono a stare senza problemi in posizione eretta. In ultimo sostiene anche quella diffidenza o timore che tutti noi lettori abbiamo provato nei confronti dei mostri sacri: la paura tra lo scarto di ciò che nel tempo la leggenda ha contribuito a costruire e l’incontro con l’opera reale. E alla fine, possiamo dire, Morgando ci ha anche convinto.

Ma passiamo ora dunque a Manuela Iannetti che invece, avendolo letto il libro, si addentra profondamente tra le sue pagine – anche qui l’ascoltatrice chiede venia per le inesattezze, vedi sopra.

Iannetti si aggancia a quel timore reverenziale descritto poco prima dal suo padrino per dire che, lei, il coraggio di leggere questo romanzo lo ha preso da suo padre e dalla certezza nel loro rapporto avrebbero potuto riconoscersi per sempre in quelle pagine. Come un punto d’incontro, una sorta di panchina sospesa tra le righe.

E di come tutto l’impegno dedicato l’abbia ripagata poi in vita: Edmond Dantès è rimasto vivo nella sua mente al punto da essersi chiesta spesso cosa avrebbe fatto lui nelle più disparate situazioni. Quel Dantès che per lei è stato monito di libertà, che in quanto uomo senza eserciti abbia dimostrato come la libertà si crei prima di tutto nella mente.

La duellante ha poi chiesto a tutto il pubblico di chiudere gli occhi, di immaginarsi una grande libreria, di trovare tra i tanti libri proprio Il conte di Montecristo e, a quel punto, toglierlo. Ma sottrarre questo testo alla memoria del mondo non significherebbe togliere una storia, ma un modo intero di immaginare, di raccontare. Vorrebbe dire dimenticarsi che chi controlla la memoria, controlla il presente. E vorrebbe dire di una scacchiera continuare a vedere solo pezzi e non possibilità.

Allora forse conviene chiudere ancora una volta gli occhi e di questo libro che si tiene tra le mani riporlo in quella libreria che rappresenta tutti i pezzetti con cui abbiamo costruito il nostro mondo e le storie che ci raccontiamo.

Anche qui, devi immaginarti un bell’applauso e dai, magari lo stai facendo mentalmente anche tu che ci leggi. Perché anche se non ci sei stato, ora, questa storia l’hai vissuta veramente.

E se vuoi farti un’idea proprio precisa di come è andato il torneo puoi rifarti alla cronaca fotografica guardando qui.

Ah, e chi ha vinto I Duellanti? Forse puoi deciderlo tu.