Il crooner della critica musicale italiana Maurizio Blatto racconta tutto quello che una canzone nasconde e riverbera, come un romanzo breve, fotogramma dopo fotogramma, nota per nota.

Per ogni incontro, cofirmato dal Circolo della musica, una playlist di memorabili momenti pop narrati in venti minuti di storia e aneddotica.

Wish you were here, Pink Floyd

Tutti l’hanno sentita, almeno una volta nella vita. Iconico capolavoro senza tempo, è la quarta traccia dell’album omonimo del 1975. Dedicato a Syd Barrett, ex del gruppo allontanato da Roger Waters e David Gilmour a causa dei suoi disturbi e dipendenze, quel “tu” (Wish you were here significa «Vorrei che tu fossi qui») è stato oggetto di mille speculazioni. All’inizio pare di sentire varie stazioni radio, come se qualcuno stesse cambiando frequenza nel tentativo di trovare quella giusta – ci sono il passaggio di una commedia radiofonica e un accenno della quarta sinfonia di Čajkovskij: i Pink Floyd volevano creare una sorta di scena, di atmosfera introduttiva. Poi c’è il suono un po’ disturbato di una chitarra acustica, poco dopo un’altra chitarra si aggiunge, col suono più limpido e forte: il mito inizia.

Suzanne, Leonard Cohen

Pubblicata come poesia nel 1966, poi incisa come canzone da Judy Collins, viene finalmente registrata nel 1967 da Leonard Cohen, che però non ne deterrà mai i diritti. Prende spunto dalla profonda amicizia, e dall’inconfessato desiderio, tra l’autore e Suzanne Verdal, moglie, ai tempi, dello scultore Armand Vaillancourt. Dice Cohen: «Sapevo che avrebbe parlato di Montreal, sembrava essere emanata dal panorama di Montreal. Sapevo che c’erano navi in arrivo e in partenza, sapevo che c’era un porto e sapevo che c’era la Nostra Signora del Porto, la vergine della chiesa che apriva le braccia a i marinai e potevi salire sulla torre e vedere il fiume. La canzone veniva da quella visione, da quella vista del fiume. Una sera mi imbatto in Suzanne Vaillancourt, moglie di un mio amico, che mi invita ad andare al suo posto vicino al fiume. Aveva una stanza in un magazzino, mi servì il tè della Constant Comment che aveva un vago sapore di arance. E le barche passavano e io toccavo il suo corpo perfetto con la mia mente, perché non era possibile fare altro».

Christmas Time is Here, Vince Guaraldi

All’inizio degli Anni ’60, il produttore televisivo Lee Mendelson commissionò il documentario A Boy Named Charlie Brown sui sensazionali Peanuts, affidandone la musica a Vince Guaraldi che creò il tema Linus and Lucy. Ma non ebbe successo.
Nella primavera 1965, Time dedica ai Peanuts la copertina e la Coca-Cola commissiona uno speciale natalizio animato di mezz’ora. Viene chiamato di nuovo Guaraldi per la musica, stavolta con maggior fortuna.
Due versioni sono state incluse nell’album: una strumentale del Vince Guaraldi Trio e una vocale dei coristi della chiesa episcopale di St. Paul a San Rafael, in California.

I Feel Love, Donna Summer

Donna Summer e Giorgio Moroder si incontrano nel 1974 a Monaco di Baviera, negli studi del produttore italiano. Grazie alla loro collaborazione (supportati dallo storico braccio destro di Moroder, Pete Bellotte) l’ex modella diventa l’assoluta protagonista della scena disco, a partire da Love to Love you Baby. A consacrarla definitivamente fu I Feel Love che fondeva la techno alla disco music, in cui la linea di basso e i riverberi del sintetizzatore, con le loro pulsazioni, crearono un beat ipnotico e affascinante.
L’uso massiccio di sintetizzatori era una pratica ancora poco comune nel 1977 e I Feel Love, dall’alto del suo clamoroso successo, spalancò le porte all’uso dell’elettronica, influenzando altri artisti e permettendo l’evoluzione della musica pop e dance nei decenni successivi.

San Quentin, Johnny Cash

 

Il cantautore, che venne arrestato diverse molte, decise di registrare il disco San Quentin nella famosa prigione di Stato californiana di, appunto, San Quentin, in segno di affetto e compassione nei confronti di coloro che avevano fatto scelte sbagliate nella vita, proprio come lui.
Era il 1 gennaio del 1959. L’iconico concerto, fu la prima di una serie di performance dal vivo, rimaste impresse nella storia, che hanno visto il leggendario Johnny Cash allietare per alcune ore i detenuti americani rinchiusi nelle carceri degli Stati Uniti.

Amico fragile, Fabrizio De Andrè

“Perché piuttosto non parliamo dell’attuale situazione italiana?”, così rispose Fabrizio De André a chi gli chiese di suonare qualcosa. Era l’estate 1974, Sardegna, Faber era a una di quelle feste popolate da ricchi superficiali che di discutere su attualità e problemi sociali non ne avevano di certo voglia.
Tornato a casa sfogò tutta la rabbia su un foglio. Su quel foglio scrisse quella che lui stesso definì la canzone più importante e autobiografica che abbia mai scritto.